
LE NOSTRE INTERVISTE
INTERVISTA DI GIGLIOLA CARIDI
A
GIUSEPPE BERTOLUCCI
L’amore
probabilmente è un film che ci porta nella platea della vita, con uno
spettacolo rigorosamente affine a quello teatrale, come è nello stile del
regista, Giuseppe Bertolucci. Interpreti principali della pellicola la finzione
e la realtà che si mescolano in un gioco che è a metà fra vita reale e
menzogna in uno spettacolo troppo intimista per definirsi assoluto. Bertolucci
tenta di esprimere il mondo complesso dell’universo femminile creando un
personaggio enigmatico e ossessivo ma distante dalla vita reale.
Dei
tre capitoli in cui è suddivisa la pellicola il riuscito è quello della verità:
un episodio che fa riflettere sull’assurdità della vita con una narrazione
crudele e affabulatoria. Brava Sonia nei panni di una ragazza che vuol fare
l’attrice e che scoprirà il suo talento e l’amore in un viaggio iniziatico
durante il quale incontrerà tre Muse: La pellicola risente inevitabilmente
della cinica disillusione dell’uomo maturo e dell’alternarsi fra sogni e
bisogni dei personaggi, degli attori e del regista che si fondono e si
confondono.
Abbiamo
incontrato Giuseppe Bertolucci insieme a Sonia e a Fabrizio.
Da
quando e come è nata l’idea di questo film ?
Da
qualche anno ma non c’era ancora l’idea di questa sorta di terza dimensione
che è il racconto del processo creativo che sta sotto la storia. Il film era
nato come la pura vicenda di Sofia della sua educazione sentimentale e
della sua formazione creativa. Credo che due siano state le cose fondamentali. Avere
iniziato a provare con Sonia e con gli altri attori molto prima dell’inizio delle riprese, circa due o tre
mesi prima. Provare che significava molto ragionare sul film, non erano
esattamente solo delle prove di scene e dall’altra questa decisione di usare
il digitale con queste piccolissime macchine che diminuendo radicalmente la
macchinosità della macchina cinema ci ha consentito di avere praticamente la
possibilità di raccontare giorno per giorno un po’ tutto quello che
accadeva tutto quello che andavamo costruendo da lì è venuta fuori l’idea
di continuare sempre a documentare il nostro lavoro anche quando sono iniziate
le riprese vere e proprie. Il fatto di documentare il lavoro fra gli attori e chi li
stava raccontando mi ha fatto capire che quello forse era il cuore del film. Era
la cosa che ci interessava raccontare e siamo andati in questa strada e credo
tra l’altro proprio nel tentativo di creare una chimica delle emozioni diversa
da quella di un racconto lineare
sia la scommessa del film. Le emozioni del mettere in scena il film e quelle
date dal racconto si intrecciano continuamente . Questa è l’idea di base del
film.
Come
è stato accolto il film dal pubblico ?
Bene.
Il film ha avuto un buon impatto iniziale soprattutto con il pubblico molto
giovane e ci siamo domandati quale potesse essere la ragione. Io credo che oltre
ai contenuti questa attrice nell’affrontare le tre opzioni che le si offrono
per entrare in contatto con il personaggio menzogna, verità e illusione mette in gioco qualcosa che va al di là
del punto lavoro e mette in gioco dimensioni che sono presenti in tutte le
nostre situazioni sentimentali nei nostri rapporti interpersonali. Io credo che
giochiamo tutti su queste tre dimensioni nel nostri rapporti d’amore ma anche
di amicizia.
Poi probabilmente c’è un tipo di linguaggio legato alla nuova tecnologia digitale
che è più vicino a forme con le quali il pubblico giovanile è più abituato
a misurarsi ad esempio nei clip
musicali. Sono quindi momenti di sintonia che
se si confermassero sarebbero da seguire.
Come
si è mosso per la scelta degli attori ?
Io
credo sempre di essere scelto e non di
scegliere
E'
stata una lavorazione felice ?
Si.
D'altra parte il modo dei procedere del lavoro che il film racconta mostra che ci sono diversi modi di dirigere un lavoro. Avete così
visto il mio modo di procedere in questa pellicola. Io non cerco cause
effetto stringenti, cioè cause sociologiche e psicologiche ma credo che il
cinema e soprattutto il teatro sia quello che appare e non le ragioni di quello che appare.
Almeno in questo film. Per Sonia è stata la prima esperienza importante
e così totalizzante mentre Fabrizio aveva già lavorato con produzioni più
tradizionali e ha potuto notare meglio il tipo di differenze fra il mio modo di
procedere e quello tradizionale. Non si tratta solo di innovazione tecnologica
ma va oltre perché le nuove tecnologie offrono la possibilità di variare
proprio il modo di pensare di stile e quindi di lavorare.
Che
ne pensa della rinascita del cinema italiano ?
Io
penso che questa ultima stagione del cinema italiano sia stata molto importante
per questa riconquistato rapporto del pubblico italiano con gli autori italiani.
E credo che siano film tipicamente italiani dove è molto riconoscibile
l’Italia le cui coordinate, ambientali e storiche, pur in chiavi diverse, sono
molto legate all’Italia.
Il mio film invece, si
pone un passo se non indietro o avanti almeno di lato. Si la lingua è italiana
gli attori il regista sono italiani ma non c’è il partito preso di raccontate
l’Italia dei nostri giorni. In questo senso il film p è forse un po’
diverso rispetto agli altri italiani ma spero di poter approfittare del
rinsaldato rapporto con il pubblico che fino a poco tempo fa rifiutava
completamente il cinema italiano. Io credo comunque che siano stati favoriti
anche da due cattive stagioni del cinema americano, che è il cinema egemone di
tutti questi anni, il modello di cinema. Lo scarso rendimento sul piano
della qualità forse di saturazione
di un certo tipo di cinema che arrivava da fuori. Forse hanno avuto anche il
desiderio di riprovare a mangiare qualcosa fatto in casa.
Ritornando
al cast il due ragazzi sono veramente bravi, qual’è stato il rapporto con
loro ?
Di
piacere. Ho avuto molta fortuna nel trovarli. Sin dal il mio primo film,
Berlinguer ti voglio bene con Roberto Benigni, ho sempre fatto un film di
attori, dove era fondamentali il corpo e l’anima di chi era al centro del
film. Ma il fatto fondamentale per me è il piacere di scoprire il talento di un attore, una cosa che mi riempie. Credo che sia un
privilegio che può provare solo un regista, chi non vive da regista non può
immaginare quanto è grande il piacere della sorpresa di vedere dove può
arrivare un attore, quanto può dare, come nel caso di Sonia, parlo di lei perché
è quella che si è caricata. Il film. Il vedere e capire questo è per me un
piacere irresistibile.
Sonia poi è la dimostrazione del fatto che il vecchio luogo comune
dell’incompatibilità tra talento
teatrale e la resa cinematografica sia inesistente. Sonia viene da una lunga esperienza di teatro e ha saputo trasferire
questa sapienza questa sensibilità dentro un linguaggio diverso quello del cinema.
A
proposito di teatro quale importanza ha per la sua regia ?
Devo dire che non a caso
il mio primo film Berlinguer ti voglio
bene è un film che nasce da un monologo teatrale che poi si è tradotto in
un altro linguaggio. Anche il mio penultimo film il dolce rumore della vita
risente dell’esperienza teatrale tra l’altro è nato insieme a questo, li ho
scritti quasi parallelamente, nello stesso periodo, hanno delle affinità, anche se sono due film molto diversi. Ad esempio
sono entrambi divisi in tre capitoli. Nella pellicola Il dolce rumore della vita
c’è al centro la figura di un’attrice e il desiderio di raccontate il
modello del melodramma e comunque è una metafora sull’opera come creatura. Il
bambino in questo caso era l’opera, abbandonata poi nel toilette del treno.
Ogni film ha una madre naturale e una adottiva che è il pubblico. Il regista
crea la sua opera ma poi se ne impossessano gli spettatori e la fanno propria.
Il film è sempre legato alla soggettività dello spettatore con tante versioni
tanti quanti sono gli spettatori del film. E questo mi affascina e rassicura
nello stesso tempo invece di inquietarmi.
Gigliola Caridi
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